giovedì 1 febbraio 2007

MESSICO

Vi voglio raccontare di questo mio bellissimo viaggio fatto in Centro America nell’estate del 2003, alla scoperta della Ruta Maya. Il viaggio è durato 54 giorni, visitando il Messico del sud, il Belize, il Guatemala e l’Honduras, la terra dei Maya appunto. Lo spirito del viaggio era estremamente semplice, basato sul contatto con le culture e la natura dei luoghi, usando tutti i mezzi possibili. Abbiamo iniziato il viaggio in due (Stefano & Stella), dopo una ventina di giorni ci ha raggiunto il nostro migliore amico (Ale). Voglio sottolineare che questo per me è stato un viaggio molto importante, perché oltre ad essere una convinta zapatista, amo profondamente la cultura Maya, che non nascondo, ha influenzato la mia vita. Bando alle ciance… siamo arrivati a Cancún nel bel mezzo di “Cloudette” (una tempesta tropicale), dopo un viaggio interminabile. Cancún è una città relativamente giovane, in realtà voluta da politici e affaristi, sembra una piccola Las Vegas con tutte le sue insegne colorate e i fast food americani. Noi siamo scappati subito via perchè Cancún non è il Messico. E’ un bel giocattolone per americani annoiati e ubriaconi. Quando si arriva all’aeroporto, devastati dal viaggio, ci si lascia prendere dalla stanchezza e si finisce di scegliere di pernottare almeno una notte a Cancún. Niente più sbagliato. La maggior parte degli alberghi a Cancún si trova nella zona Hotelera che non è poi così vicina e per arrivarci dall’aeroporto con i taxi collettivi vi chiederanno almeno 10 o 15 dollari. Dall’aeroporto Playa del Carmen al contrario non è lontana, è più economica e anche se la strada principale si chiama 5th. Avenue e l’impronta americana si riconosce, rimane comunque un posto incantevole. Piccola, deliziosa, spiaggia da sogno, palme, proprio la cartolina del caribe messicano. Il Barrio Latino (16$) è un posto delizioso gestito da Andrea, un romano che vive qui da un pò. Vicino Playa c’e un posto che si chiama “Xel-Ha” il luogo dove si incontrano le acque. E’ una riserva naturale dove alcune sorgenti sotterranee di acqua dolce si sposano con il mar dei carabi creando piccole piscine azzurre, calette nascoste, percorsi e sentieri naturali veramente belli. L’unica pecca è che essendo una specie di parco giochi marino, costa una cifra (50$). Dopo i margarita-frozen di Playa e i delfini di Xel-ha, finalmente è arrivato il momento di vedere una acropoli Maya,si va a Tulum. Tulum è molto romantica a strapiombo sul mare, con una piccola spiaggia di sabbia dorata, e l’oceano a perdita d’occhio. Il sito non è grandissimo e per fortuna è mattina presto e non c’è nessuno. E’ tutto nostro, possiamo saltellare da un posto all’altro in piena libertà. Dormiamo non lontano dalle rovine in un posto che si chiama “Playa Condesa” (10$) abbiamo il bagno in camera, nella stanza in realtà c’è solo il letto, ma va bene cosi anche perché siamo a due e dico due passi dalla spiaggia. A tulum siamo tornati altre due volte nel corso del viaggio, tutte e due le volte di ritorno dal Belize. In queste occasioni abbiamo dormito affianco Playa Condesa, da Fidél un pazzo simpatico che ha cinque semplici cabañas illuminate da candele, il bagno è in comune. Di notte questo posto può sembrare orribile ma di giorno con il mare, un paio di “dos equis” ghiacciate e la simpatia di Fidél ti senti proprio a tuo agio. Isla Mujeres sembra lontano miglia e miglia da Cancun, ed invece in quaranta minuti ci arrivi è rimani incantato dalle sua acque cristalline dalla sua atmosfera giovane e rilassata. Sulla spiaggia più conosciuta quella di Los cocos, abbiamo organizzato una gita in barca che ci ha portato a fare snorkelling vicino al faro e poi più giù vicino al Garrafon e alla fine ci siamo fermati al tartarugario. Lì abbiamo fatto un pic-nic che è stato delizioso, ma la nostra attenzione si è focalizzata tutta su un ragazzo che in una specie di piscina naturale coccolava un suo amico… non era una tartaruga, ma uno squalo nutrice che si poteva anche accarezzare… ovviamente io e Ale ci siamo fiondati ed è stato entusiasmante. Il ragazzo ci ha raccontato che quello è come se fosse suo fratello. Lo squaletto, era disponibilissimo e aveva una pelle stranissima oltre ad essere anche pesante e dopo un po’ è ritornato in un angolo abbandonandoci soddisfatti ed eccitati.
“El castello” rappresenta il calendario Maya, 4 scalinate ripide e alte con 91 gradini l’una più un singolo scalino all’ingresso fanno in tutto 365 gradini, uno per ogni giorno dell’anno. Durante l’equinozio di primavera le teste e le code dei serpenti scolpiti straordinariamente si muovono, oscillano per effetto di un’illusione ottica che li fa sembrare vivi. Il campo da gioco della palla è enorme, e di certo non assomiglia ad uno stadio moderno, anche se si possono riconoscere delle specie di gradinate dove si doveva sedere il pubblico. In realtà chi perdeva moriva, forse sacrificato per gli Dei, ci sono dei glifi e dei bassorilievi che mostrano un giocatore con una testa in mano tagliata con un macete e donata agli Dei. Che bella che è Chichen Itza, il gioco di luci e suoni è molto suggestivo. Fortunatamente non c’era molta gente, ma il caldo è stato soffocante, la scalinata de “El castello” è veramente da togliere il fiato. Il cenotes? da impazzire, impressionante per la sua bellezza e per la storia e i segreti che nasconde. L’ho già detto che fa caldo? Una cosa che mi ha fatto molto piacere è stato notare che il 70% dei turisti era messicano, una cosa molto bella anche perché il sito è stato aperto da soli venti anni esattamente nel 1987 ed un anno dopo è stato dichiarato patrimonio dell’umanità, che calor, mucho calor!!!!
Mèrida è piena di vita e traffico, ferve di attività, i suoi marciapiedi sono piccini piccini ed invece le persone che ci passano sono migliaia. E’ praticamente un grande mercato a cielo aperto, l’hotel Peninsular (7 $) è grande, ma un po’ rumoroso soprattutto la mattina. La piscina? Vuota, la stavano ristrutturando, che culo!!!!! Mangiare i gamberetti al mercato del pesce….hmmmmmmm!!!!! Il giorno del mio compleanno, Ale è rimasto in città a gironzolare per di qua e di la, io e Stefano siamo andati con un bus a Tixkokob a casa di Reyes a comprare le amache. Reyes lo abbiamo conosciuto sulla spiaggia di Tulum, carico carico delle sue amache che camminava sul bagnasciuga. Abbiamo fatto amicizia e lui ci ha invitato a casa sua, vicino Mèrida. Così preso questo ipotetico appuntamento, arrivati in città saremmo andati a trovarlo. Lui è stato gentilissimo, ci ha presentato la moglie, i figli, la mamma e il padre e pure il suo maialino. Ci ha offerto un bel bicchiere di Coca-Cola e ci ha fatto vedere come lavora sulle amache con il suo telaio tradizionale. Le sue amache sono stupende, piene di colori e di puro cotone tinto a mano. Campeche è una cittadina molto carina, l’unica che vediamo sul Golfo del Messico che in questi giorni è piatto, piatto. Indubbiamente è un posto rilassante, il lungomare è incantevole, l’ostello (Monkey hostel, 6$) è delizioso, pulito è con un panorama da togliere il fiato sulla Catedral de la Conception. Il mercato è un labirinto di bancarelle e i bastioni del forte coloniale sono proprio ben conservati. Si può usare la lavatrice e la cucina, anche il computer, ci sono molti libri a disposizione e le ragazze che ci lavorano sono molto disponibili. C’è una tipa argentina che ha una tarantola morta in una scatola?! Qui, in centro america, mi sento proprio a casa mia, a mio agio. Un po’ mi dispiace del fatto che non parlo molto bene le lingue straniere… sono un pò ignorante in questo al confronto delle persone che ho conosciuto fino ad oggi, mi sono sempre considerata fortunata per il fatto che mia madre oltre a farmi studiare mi ha sempre fatto viaggiare, ma qui ho incontrato persone che a 24 anni hanno già visto mezzo mondo e che parlano almeno tre lingue… che invidia… Comunque la vista della cattedrale e del Parque central dal balcone dell’ostello è mui bonita, il cielo ha mille sfumature dal rosa al blu carico di pioggia.
Palenque, Palenque, Palenque, ora non vedo l’ora di arrivarci. Un’ultima annotazione su Campeche va fatta: il pan de cazòn, squisito piatto tipico della regione… fa veramente cacare. Il viaggio fino a Palenque di notte è stato tranquillo ma sottozero. Aria condizionata a palla…sono pazzi.
Non abbiamo dormito per niente, siamo arrivati verso le 3 e siamo andati all’Antea un posto molto carino per dormire (100 pesos), proprio sulla strada per le rovine... Sulle amache ad aspettare l’alba con Milena e Ale a parlottare…una figata. Siamo arrivati all’entrata delle rovine verso le 6. La domenica non si paga l’ingresso alle rovine. Non voglio essere banale, ma sono rimasta senza parole… penso, credo che questo sia uno dei posti più belli del mondo. Esiste un sito su internet che accetta voti per dichiarare il sito l’ottava meraviglia del mondo. La natura è meravigliosa, impressionante, ci sono delle piccole cascate, alberi meravigliosamente grandi con le liane, le orchidee, uccelli, cumuli di pietre trattenuti da enormi radici, i bambini di El Naranjo che tentano di venderti per pochi pesos ciondoli, braccialetti, statuette… hanno degli occhi vispi, sono dolcissimi, mentre giocano con l’acqua nel fiume. Meno del 10% del sito è stato portato alla luce, c’è ancora molto da fare, Re Pacal e la sua maschera di giada hanno dormito sonni tranquilli per secoli in questa giungla lussureggiante. Il sito è attraversato dal Rio Usumacinta e per uscire noi abbiamo seguito il corso d’acqua con le sue belle cascatelle limpide e l’acqua trasparente che quasi trattiene la giungla invadente. Camminare tra questi templi incute meraviglia e timore, che maestria, che raffinatezza e che lavoro certosino... un lavoro incredibile e infaticabile hanno fatto gli archeologi per rendere tutto questo non solo accessibile, ma squisitamente restaurato, ben tenuto, c’è anche un museo, ed un sacco di persone che tutte vestite con gli abiti tradizionali ti offrono per qualche spicciolo, cibo, acqua, camicetas bamboline del Sub… Ogni mattina presto vengono dai loro piccoli villaggi carichi di cose da vendere ai turisti e al tramonto se ne tornano indietro a piedi, in fila indiana verso la notte. Che personaggi i Maya, eccezionali, le donne sono sempre super pettinate, con le loro trecce lunghissime arrotolate, questi capelli lucidi e neri splendidi, i loro vestiti pulitissimi e colorati nonostante siano sedute per terra, solo il loro viso rivela la durezza della loro vita che segna la pelle. Molte di loro hanno questi piccoli batuffoli tenuti nei tradizionali scialli che non piangono mai, sembrano dei piccoli folletti in mezzo a questa natura esagerata.
Per arrivare a San Cristòbal siamo saliti a 2100 metri di altezza, percorrendo una strada piena di curve e nuvole. Alloggiamo a Posada Mexico (40 pesos), un posto mui barato, un paio di isolati dal centro, tranquillo, abbiamo anche la colazione, un the buonissimo… fa freddo. Mi sono guardata un po’ attorno, sono finalmente arrivata qua, a San Cristòbal, il Chiapas vero e proprio, quante volte ho letto di questo paese a causa della repressione sugli indios, del monsignore che si è battuto per la loro difesa. Prima di arrivare alla chiesa c’è una bancarella di propaganda zapatista, piena di libri e comunicati. Terra ricchissima, la vogliono tutti a causa del petrolio che si cela al suo interno, i suoi alberi pregiati, la sua fauna … tutti, e tutti si dimenticano che questa terra è dei Maya, vogliono rubargliela… ma come si fa a rubare la terra? Non si fa, allora preferiscono uccidere ed estinguere alternativamente i Maya!!!!! Il paese è molto attraente, certo la brezza della montagna si sente, la cattedrale è bellissima, ci sono un sacco di piazzette con i chiostri al centro, si respira l’aria della rivoluzione, unica nota dolente è che ci sono veramente tanti italiani che si fanno riconoscere lontano un miglio… il paese sembra una cartolina, le montagne che lo circondano, nuvole tante nuvole ma il tempo non è brutto e soltanto che siamo più vicini al cielo. E poi…bambini, bambini che lavorano fin da piccini, curiosi, simpatici, furbetti che a volte sembrano già uomini, come sono belli con quelli occhi neri neri, il moccio al naso, i piedi scalzi e le mani perennemente sporche. A San Cristòbal ci sono un sacco di panificatori, tanti dolci e tante vespe che ci gironzolano sopra, quanti biscotti squisiti…hmmmm!!! Ho scoperto le paletas, praticamente ghiaccioli artigianali, costano un pesos e sono deliziosi, peccato che tutte le guide, compresa la Lonely, sconsiglino vivamente di mangiarle… chi se ne frega sono superbi. Quella al cocco a me me gusta mucho. Per 130 pesos a testa abbiamo organizzato una gita a cavallo, un’esperienza unica, avventurosa, incredibile. Il mio cavallo era bianco e si chiamava Paloma, dolcissimo e bravo. Stefano non era mai salito su un cavallo, è stato coraggioso perché il percorso non era affatto facile. Lui ha battezzato il suo cavallo Soldatino. Siamo andati a San Juan Chamula, un antico villaggio Maya, legato a forti tradizioni religiose e devo dire che la chiesa mi ha veramente colpito. Non ci sono le solite panche dove sedersi e pregare, stracolma di ceri e candele accese, incensi, statue di santi tra cui anche San Nicola di Bari e Sant’Antonio. Per terra c’è come un tappeto di aghi di pino: di pino perché è l’albero della Natività, l’albero della vita. Questi aghi insomma, se ho capito bene dovrebbero catturare le energie cattive, negative delle persone (quando si seccano è perché hanno imprigionato energie e vanno sostituiti). L’atmosfera è magica, vicino ad alcune statue ci sono dei bambini che giocano, vicino all’altare ci sono persone che pregano sembra quasi che recitano il rosario, offrono bibite in lattina, coca-cola ovunque, e dove si beve coca-cola non si può non ruttare… qui va di moda è una specie di ringraziamento. Uno di loro ha un pollo morto in mano che ogni tanto scuote, beve una specie di grappa fatta da loro chiamata posh e poi la spruzza sul pollo. Non avevo mai visto una cosa del genere, un misto di sacralità e paganesimo in una chiesa coloniale bianca e azzurra molto bella. Ero come stregata. La storia vuole che tanto tempo fa c’era già una chiesa a San Juan Chamula, ma una notte qualunque, un uomo del villaggio sognò due santi (San Sebastiano e San Giovanni,credo non ne sono sicura) che si parlavano e che chiedevano a quest’uomo semplice la costruzione di una nuova chiesa: il motivo era semplice, quella che c’era anche se bella e grande non era al centro del mondo Maya (per loro il mondo è un cubo sostenuto da quattro colonne che poggiano sulle acque di un lago). Così indicarono la nuova posizione della chiesa e sorridendo al semplice uomo svanirono. La nuova posizione della chiesa coincideva con il laghetto che si trovava vicino il villaggio e così senza porsi troppi perché la gente si mise al lavoro. Leggenda o verità, la vecchia chiesa ora è un cimitero e dove prima c’era il lago ora sorge l’incantevole chiesa di San Juan Chamula. Fuori la chiesa c’è questa piazza dove si svolge un mercato molto colorato, e dopo aver mangiato qualcosina siamo andati a vedere un piccolo museo etnologico. Un’altra leggenda dice che i Maya furono creati dal mais. Gli Dei ci provarono prima con l’argilla, poi con il legno ma i tentativi fallirono miseramente, poi ci provarono con un impasto di mais e ci riuscirono. Il mais è molto più di un semplice alimento base. Ebbero in regalo dei semi di mais dai loro Dei. Li piantarono con tanta fatica nella foresta dovendo prima pulire, preparare e onorare la terra ma purtroppo non piovve per molto tempo, giorni settimane, mesi, dalla terra non cresceva nulla. Allora decisero che la terra aveva bisogno di acqua e non trovandola fecero la pipì nei loro campi, regalando un pò di linfa alla terra che apprezzò e fece crescere il mais. Crebbe il mais cosi tanto da regalare altri semi al popolo che li ripiantò. Ora il mais è l’elemento basilare della dieta Maya. Abbiamo anche conosciuto un signore molto anziano che è colui che organizza le festività di pasqua che sono molto sentite. Ci ha regalato un pò di posh, travasandolo in una bottiglietta di acqua vuota… è potentissimo, mamma mia. La passeggiata a cavallo ci ha devastati, abbiamo le piaghe sul sedere… come si dice”hai voluto il cavallo ed ora cavalca”, comunque ne è valsa la pena. Tornati al buio avevamo una fame boia e siamo andati a mangiare, come è buona la bistecca encebollata con le papas fritas! Il giorno dopo solo grasse risate visto che nessuno poteva sedersi…relax puro, siamo andati al mercatino di Santo Domingo a comprare qualcosa… Dio avrei voluto comprarmi tutto, c’erano tessuti meravigliosi, giade e ambra incredibili, bambole e animali di pezza….Abbiamo fatto il biglietto per la frontiera (70 pesos). Gita al Canyon del Sumidero un canyon di eccezionale valore geologico con delle pareti alte quasi 1000 metri creati circa 12 milioni di anni fa (210 pesos), la strada per arrivare da San Cristòbal a Tuxla si chiama “carrettera de los anos”, ci sono ben 365 curve… stomachi delicati, attenzione!!! Il canyon è una meraviglia naturale, ci sono i coccodrilli, la natura nel suo splendore è abbagliante. Una lancia si è capovolta, non la nostra per fortuna, ma oltre a tanta paura, tutto è andato bene. Siamo andati anche in un semplice villaggio di tessitrici, e a Chapa de Corzo. Chapa era un paese molto vitale un tempo, all’arrivo dei conquistadores. Loro cercarono di resistere alla presa di potere degli spagnoli e davanti all’inevitabile sconfitta gli indios preferirono gettarsi a centinaia nel canyon piuttosto che arrendersi ai conquistadores. Il Chiapas è economico, per mangiare e dormire non si spendono più di 100 pesos al giorno, il problema è che è una terra meravigliosa e ci sono ottomila gite da fare, è un posto magico, la natura, le etnie, la politica, l’archeologia, cosa si vuole di più dalla vita… non riesco ad immaginarmelo. Dicono che il Guatemala sia mui barato, speriamo perchè non abbiamo tanti soldi e abbiamo anche finito da fumare...

venerdì 24 novembre 2006

BELIZE

Belize: mamma mia !!! Il passato del Belize è ricco di storie e di leggende sui pirati, e l’architettura dei pochi palazzi di Belize city ci ricordano il dominio inglese. Arriviamo ad Orange Walk distrutti: il paesaggio è completamente cambiato, qui tutto trasuda natura, la gente è un pò scorbutica, cosmopolita, ci sono cinesi, rasta, messicani, neri, di tutto… non mi è sembrata una città molto ospitale… Alloggiamo al “San Cristopher”(15$), dopo una ricerca estenuante, sembra un paese di merda eppure è tutto occupato. E’ mattina presto, con un passaggio riusciamo ad arrivare al pontile sul fiume, subito fuori la città. La traversata (25$) sul fiume New river per raggiungere il sito di Lamanai (che vuole dire coccodrillo sommerso) è stata molto bella, ogni tanto pioveva è perciò non abbiamo visto molti animali, ma addentrarsi nella giungla sul fiume è un’esperienza suggestiva. Lamanai, non è un sito molto grande, ma è molto ben tenuto, lo stanno finendo di restaurare. Ci sono tantissimi animali, molte scimmie e i particolari Basiliscus strani esseri che sembrano degli incroci di iguane con piccoli dinosauri. Il Basilisco piumato ha la capacità di correre sull’acqua utilizzando solo gli arti posteriori è questa particolarità gli ha regalato il soprannome di lucertola di Gesù Cristo. Nel sito c’è anche un piccolo museo che raccoglie tutte le suppellettili trovate durante gli scavi. Sono salita per la prima volta su una piramide Maya, che fatica, mamma mia, c’era un’umidità pazzesca e dopo un po’ ero completamente fradicia, come se fossi caduta nel fiume. Durante la traversata sul fiume, con la nostra lancia a motore abbiamo incrociato diversi mennoniti. Sono una comunità religiosa, che risiede da almeno due secoli in Belize, ora è il 15% della popolazione. Sono tanti se si pensa che i Maya discendenti degli antichi villaggi ora sono solo il 10% della popolazione. Sono biondi, occhi chiari, alti si vestono in maniera particolare, con le salopette e cappelli da cowboys, gli uomini e vestiti e cuffiette le donne, in effetti sembra come se stai guardando la casa nella prateria. Vivono attaccati alle loro tradizioni, boicottano la modernità, vanno in giro in calesse, non usano l’elettricità, sono grandi lavoratori, ottimi agricoltori e sopraffini falegnami. Sono un po’ come gli Amish… Ma non voglio fare paragoni inappropriati; comunque io li trovo simpatici e mi affascinano molto. La nostra guida per andare a Laminai è il signor Antonio Garcia, una persona molto preparata sugli animali e sulla storia del sito, indubbiamente il nome e la sua paffuta faccia rivelano un’appartenenza al Messico, ma qui in Belize puoi trovarti a parlare con chiunque in qualsiasi lingua. Gli spostamenti in Belize possono essere avventurosi: gli autobus (quelli della Novelo’s bus line), di solito scuolabus americani, sapete quelli gialli dei Simpson, sono superaffollati e con questo termine non si riesce comunque a capire la reale situazione. E’ una questione di politica dei trasporti, nessuno rimane a terra. Qualsiasi persona si trova sul “ciglio della strada” sale, anche se non c’è posto, ed uno scuola-bus che può contenere 35 bambini si ritrova con almeno settanta persone, bagagli, sacchi di riso, e soprattutto maceti. L’autostop è consuetudine, tutti ti danno un passaggio… perciò un viaggio di 100 km. può durare anche quattro ore sempre se tutto va bene e non si fora una ruota... Il Belize è un paese veramente notevole, è stato molto colpito dall’uragano Mitch, non ci sono molte strade asfaltate, mancano completamente le infrastrutture, il Belize in realtà è grande quanto la Lombardia, ma le distanze sono interminabili. Fuori Belize city, Belmopan e i centri piu o meno turistici, i servizi igienici non ci sono, manca l’acqua potabile, e la povertà la senti nell’aria. D’altronde ci sono moltissimi parchi e riserve naturali, la flora e la fauna del luogo sono molto rispettate e protette, moltissimi lodge nella foresta pluviale si servono dell’energia solare, anche perché una vera rete elettrica non esiste. C’è molto ecoturismo, la natura è rigogliosa e si possono fare delle gite veramente entusiasmanti. Il fiume è grande. Il Mountain Pine Ridge. Se vi piace il piccante a Dangriga c’è l’azienda della Mary Sharp, quelle bombe atomiche travestite da salse che trovate su tutti i tavolini dei ristoranti. Da Dangriga, siamo arrivati in motoscafo a Tabacco Cays (15$ a testa), due ettari di isola di sabbia orlata da palme, barriera corallina a due passi, atmosfera da sogno. La vita quotidiana dell’isola è scandita dal suono di una campana che avvisa tutti che è ora di mangiare! Che bella l’amaca sotto le palme, all’ombra, a rilassarsi bevendo una Belikin ghiacciata, a sognare di cambiare vita… bellissimo… devo dire la verità, appena arrivati, volevamo scapparcene. La lontananza dalla costa ha salvaguardato questi atolli, dal turismo di massa, proteggendo la barriera corallina, non essendo molto grande e non essendoci bar o locali Tabacco Cays attira viaggiatori giovani con lo zaino in spalla, che la preferiscono ai più famosi cays. Ci sembrava troppo piccola, in cinque minuti avevi fatto il tour, riconosciuti i punti di riferimento, parlato con i gestori degli “alberghi“. Il giorno dopo non te ne saresti voluto andare neanche dopo un anno. Il mare, o pardòn, l’oceano è meraviglioso, milioni di sfumature d’azzurro, pesci di tutti i tipi, coralli, spugne, gorgonie, madrepore, stelle di mare, aguglie da noi chiamati pinocchietti per la loro forma allungata, pesci pappagalli con i loro colori sgargianti, barracuda. Vi giuro sembrava di essere in un gigantesco acquario. Il sole tramonta verso le cinque del pomeriggio e con uno schiocco di dita i milioni di colori che ti abbagliano durante il giorno si trasformano in oscura notte. Certo vedere le stelle qui è un’altra cosa, tantissimi puntini brillanti, che illuminano con il loro tenue bagliore la notte e che ogni tanto diventano strisce d’argento, quando la luce incontra l’acqua del mare. Dormiamo al Gaviota il posto più economico gestito da una coppia di anziani pescatori (30$, all-inclusive). La nostra stanza è una piccola casetta dipinta di viola con il tetto in lamiera in riva al mare, circondata da conchiglie. Ogni tanto abbiamo come ospiti dei pellicani curiosi, che ci fanno un po’ di compagnia. “La civiltà di un popolo si vede dall’amore che ha per la natura e gli animali della sua terra” questo è scritto all’entrata dello Zoo, parole pronunciate da Nelson Mandela, quando venne in visita qui. All’entrata c’è anche una bacheca con tante foto, c’erano anche due foto di Steve Irwin… grandissimo, venuto fino qui per aiutare un coccodrillo ovviamente … un mito… altro che trapezista del circo come diceva Pierpaolo. Lo zoo è disseminato di cartelli con battute simpatiche che aiutano a sensibilizzare gli abitanti alla salvaguardia della flora e fauna del posto. .Da soli sul chicken-bus per lo zoo, che figata, che bella la natura, che belli gli animali, che bello il Belize. Vicino, sulla stessa strada ma 2/3 km più giù c’è il Guanacaste National Park, e in pochi minuti dalla polvere della strada ci si ritrova nel bel mezzo della giungla pluviale, circondati da miliardi di zanzare, orme di animali ovunque, iguane che ti guardano sospette, tanti piccoli percorsi semi tracciati, bello, bello, bello !!!! Nel parco c’è un albero secolare di Guanacaste che da solo riesce a sostenere un intero ecosistema, ci sono anche miliardi di orchidee nere, fiore simbolo del Belize. Le cascate sono belle e imponenti, l’acqua è verdastra, ma fresca, e tuffarsi è veramente divertente, soprattutto dopo la difficile camminata che serve per arrivare fino a qui. Se hai sempre sognato l’avventura il Belize ti soddisfa pienamente, ti senti un piccolo esploratore e puoi veramente divertirti in piena sicurezza, sempre se si ha il rispetto delle regole, poiché avventurarsi da soli nella foresta e scegliere di allontanarsi dai percorsi tracciati è da stupidi, gli animali sono ovunque, anche se tu non li vedi e se si fa questo non si vuole l’ebbrezza dell’avventura, ma sfidare il buonsenso…...può essere veramente pericoloso… Ricordatevi sempre che non siete soli…serpenti, ragni, strani esseri mai visti neanche in documentari, uccelli di ogni grandezza e forma che all’improvviso emettono suoni da far accapponare la pelle, senza parlare degli alberi e delle piante pericolose e tossiche. Ci sono alberi come la Manzanilla (Mancinella), che produce frutti velenosi, che non si può bruciare, poiché crea nuvole di fumo tossico, che se piove e per caso ti ci ripari sotto può produrre delle piccole piaghe dovute alla linfa che, aiutata dalla pioggia, cade dalle fronde. Come anche il Metopium browneii anche lui sembra innocuo, ma la sua corteccia provoca bruciature molto dolorose. Oppure ci sono alberi con delle spine bianche aguzze sui tronchi, che provocano ferite dolorose. Con un passaggio offertoci da un pick-up arriviamo al farfallario decisi a incontrare questa signora sciamana, Rosita Arvigo esperta in metodi curativi tradizionali Maya. Ha catalogato tante piante, erbe, cortecce usate nella cultura Maya tramandate da generazioni e rivelatele dal dottor Pantì, ora purtroppo defunto. Purtroppo lei non c’è, è andata in America per problemi familiari, ma le farfalle, si. E’ assurdo all’improvviso ti ritrovi da solo, immerso nella natura e non sai che fare, hai paura, hai sognato tante volte di trovarti in questa situazione ed adesso che stai vivendo realmente il tuo sogno, ti senti un po’ spaesata, piccola piccola, qualsiasi cosa ti sembra meravigliosa e allo stesso tempo agghiacciante. San Ignacio al contrario mi è rimasta nel cuore; con il Macal River che gli scorre a lato, è un paesino molto attivo, c’è movimento, ci sono un sacco di rasta, turisti che organizzano gite, gente che rilassata si beve una birra all’ombra dell’”Eva restaurant”. Che dire di quest’ultimo posto, non è un semplice caffè, è un mito. Puoi mangiare, puoi bere un ottimo daiquiri-banana, puoi usare il computer, collegarti ad internet, comprare cartoline, rullini, regalini al piccolo punto shop all’interno, puoi telefonare, chiedere informazioni su tutto (sono veramente preparati su tutto) puoi cambiare i traveller cheques, comprare da fumare o cazzeggiare semplicemente parlottando con qualcuno. Insomma un bel posto, proprio un bel posto. La gita (30$) ovviamente l’abbiamo organizzata li, la nostra guida Angelo, preparato e simpatico, ci ha fatto passare proprio una bella giornata. Dopo un percorso di un’oretta nella foresta del Mountain Pine Ridge abbiamo fatto un picnic sul Rio On, specchi d’acqua, piccole piscine scavate nel granito dall’erosione dell’acqua. Siamo arrivati alle caves di Rio Frio, grotte calcaree molto grandi, un tempo sito cerimoniale Maya... le caves mi hanno impressionata, i pipistrelli non mi hanno fatto paura, ma la natura è eccezionale. Il tragitto per andare alle cascate Thousand Foot è stato avventuroso, tipo trekking, praticamente le radici degli alberi ci facevano da scalini naturali. Mi sono tuffata da sopra la cascata, il fiume era anche qui verdastro ma fresco, Stefano non mi ha seguito, preferendo rimanere a guardare il panorama e a scattare un po’ di fotografie. Per finire siamo andati al Five sisters falls lodge per poter scendere fino alle cinque cascate del nome, per poi risalire con una specie di carrello elevatore (1$) che offre salendo lentissimamente un panorama spettacolare. Belize city è caotica e caratteristica. Per arrivare in città dal distretto di Caio, si passa dal cimitero cittadino che realmente rapisce lo sguardo. Ci sono tantissime tombe di persone di religione diversa, alcune sono veramente antiche e chissà quanti uragani e venti hanno dovuto subire. Arrivati alla stazione degli autobus, vicino allo stadio c’è il mercato municipale affollatissimo, frequentato da molti beliziani neri e perciò ricco di prodotti caraibici, frutta a volontà, che buone le chips che in realtà sono fettine di platano fritte.

GUATEMALA

Il primo impatto con il Guatemala è La Mesilla, posto di frontiera, con un mercato incasinatissimo, si vende di tutto, si cambiano i soldi a nero, c’erano anche delle persone che vendevano elisir, medicine, sciroppi che avrebbero evitato e guarito tutti i mali. Alla dogana tutto tranquillo, abbiamo pagato 3$ per entrare. La parola Guatemala in lingua Nahuatl significa in mezzo agli alberi e nonostante il feroce disboscamento, è vero. Montagne verdissime, sole, nuvole è un posto mistico quasi per come è bello, nell’autobus eravamo schiacciati come sardine, ne abbiamo cambiati 5 per arrivare a Panajachel, un casino della madonna, predicatori sull’autobus che invitavano tutti ad abbandonare i peccati per abbracciare il signore: ”Hermanos, amigos, escuchateme, il nostro senior todo poderoso…” ...era infuocato di passione, lo abbiamo incontrato su due bus…incredibile. Arrivati a Pana distrutti dopo una giornata di sbattimenti, non ci accorgiamo neanche di quanto carino sia questo paese, il lago è mozzafiato ed i vulcani sono da fiaba… con le loro punte immerse nelle nuvole, siamo a 1500 metri di altezza e fa di nuovo freddo la sera, sono raffreddata. Pana ha sedotto molti viaggiatori, negli anni sessanta era diventato un luogo hippy e ancora si respira aria alternativa. Il paesino piccolo e quasi insignificante se non fosse per il lago e i tre vulcani che impongono il loro profilo agli occhi dei viaggiatori. Il Lago Atitlan è una caldera profonda più di 300 metri. Ho sognato tante volte di essere qui che mi sembra di esserci già stata, è come se conoscessi già questi luoghi, mi sento a casa mia, è meraviglioso, le persone sono straordinarie, sorridenti, vestite con i loro abiti tradizionali, sembrano fotografie. Domenica, è giorno di mercato, si corre a Chichicastenango, 2 autobus e un pick-up per arrivare, una vera avventura. Autobus sgangherati che cadono a pezzi o camioncini carichi di persone che salgono e scendono dalle montagne, c’è da aver paura se solo non si fosse completamente rapiti dalla maestosità della natura. I bus si tuffano nelle valli lussureggianti. Il mercato di Chichi è enorme, praticamente coinvolge tutto il paese, un manicomio di odori che si sovrappongono, incensi, carne cruda, fiori, pesce affumicato, pentoloni pieni di cibo ribollente, saponi, spezie, un casino, ma un casino affascinante. La chiesa di Santo Tomas è bellissima, la scalinata per salirci impossibile da raccontare: una moltitudine di malati e donne seduti o inginocchiati a pregare sui ciottoli dell’entrata, che accendono ceri o aggiustano fiori, un’esperienza toccante. Cattolicesimo popolare che ingloba le credenze più tradizionali. Qui c’è un’atmosfera che il tempo non potrà mai cambiare. Per comprare due coperte ci son volute ben due ore, il nostro bottino ha richiesto contrattazioni ripetute, ma sono fatte a mano, sono splendide. Sono personalmente distrutta, la giornata mi ha riempito completamente, sono soddisfatta, e l’erba di Armando mi sta definitivamente spegnendo. Il giorno dopo doveva essere una giornata di relax, sveglia con comodo, colazione con la frutta ed invece messa sotto di noi nell’atrio aperto del posto dove pernottiamo. Batteria, amplificatore, predicatori, bambini che piangono, tutto sotto di noi ed oggi non è neanche domenica!!! Comunque siamo andati dall’altra parte del lago a San Pedro, con la barca, la giornata è splendida, anche se l’acqua del lago è agitata. Volevo andare a fare la scalata del vulcano, ma la mia proposta non ha suscitato entusiasmo in Ale e Ste, che palle!!! Il paese si è svuotato, che fine hanno fatto tutti quei turisti zaino in spalla che affollavano le stradine di Pana ieri? A San Pedro, famosa per l’erba e il new-age, ci volevano fare un “culo”, mi hanno mandata da sola a discutere e restituire l’erba, c’era uno con il macete che si è un pò arrabbiato comunque mi ha restituito i soldi. Abbiamo comprato qualcosa dalle bancarelle di Pana, le signore Maya sono veramente donne super. Antigua è piccina, con tante fontane, poco traffico, pochi turisti sulle strade acciottolate, un sapore coloniale, questi enormi palazzi decadenti e poi, beh poi c’è il vulcano che osserva tutta la città e che ti fa quasi paura per la sua maestosità. L’iglesia della Mercedes sembra fatta di zucchero a velo, panna e vaniglia. Finalmente abbiamo l’acqua calda e mi sono potuta lavare i capelli, ah!!! La metà delle persone che si trovano ad Antigua sono qui per studiare lo spagnolo, che figata, anche perché si dice che in Guatemala ci siano le migliori scuole del centroamerica. Abbiamo anche lavato in tre, 12 libbre di indumenti pieni di virus, una bomba nucleare tossica. I criteri razziali determinano le disparità delle condizioni di vita, anche se sono passati anni dalla guerra civile, quando il generale Rios Montt soffocò il Guatemala con la sua repressione agghiacciante. I Maya sono custodi del tempo,sono coloro che conservano l’eredità della terra e del cielo, e solo per questo bisognerebbe rispettarli e onorarli. Siamo un pò spaventati perché ci hanno parlato di atti di banditismo e attività di guerriglia, alcuni fermano i bus per rapinare i turisti, a dire la verità sui giornali si parla del rapimento sistematico di bambini Maya da parte della “polizia segreta” di parasoldati che vanno nelle campagne e bruciano le milpe e le baracche dei contadini, che per disprezzo spengono le sigarette sulle braccia delle persone, insomma uno schifo. Una parola su Los Encuentros, un semplice nodo stradale, un incrocio stradale che si sta trasformando in un piccolo paese per la necessità di offrire qualche servizio alle centinaia di persone che aspettano bus o taxi collettivi. Da qui vi giuro potete arrivare ovunque. Antigua ex capitale è incredibilmente affascinante con tutte le sue chiese, ricca di un’architettura coloniale devastata dal tempo, dai terremoti e dai vulcani. La città è incorniciata da tre coni giganteschi che mettono pure paura. Questo barocco iberico-americano è splendido e la chiesa de la Mercedes è un gioiello con le sue facciate ornate di straordinari dettagli. Dormiamo a Posada los amigos per pochi dollari, ma l’atrio interno è confortevole e bere una birra Gallo la sera parlando con gli altri viaggiatori è una figata. Abbiamo problemi con i bagagli, ci si stanno rompendo tutti i borsoni e gli zaini. Sulla strada per andare a Flores, abbiamo avuto un incontro particolare con alcune guardie forestali che severamente controllavano se nell’autobus qualcuno portava con se cibo o frutta, poiché non si possono introdurre nella riserva del Petèn diversi alimenti che non ho capito bene, ma potrebbero contaminare la foresta… qui c’è la dengue, attenzione!! Lago Petèn-itza con le sue cittadine gemelle Flores e Sant’Elena, noi abbiamo dormito a El Remate 30 km dalle gemelline un semplice agglomerato di capanne con il tetto di paglia e lamiera a metà strada tra Flores e Tikal dove oltre all’entrata per una biosfera naturale e il lago con le sue sabbie mobili, non c’è niente. Siamo ospiti di una famiglia che ha costruito una piccola capanna che affitta ai turisti, loro sono gentili, il posto è pulito e la padrona di casa, un indios Maya sa cucinare benissimo (20 quetzal). Il figlio della signora è un appassionato fan di Eros Ramazzotti, sa veramente tutte le canzoni..Tikal fino agli anni 60 era inaccessibile e impenetrabile. Appena entrati al sito ci ha accolto una volpe, una decina di tucani, una colonia di scimmie ragno, coalt, e non so quanti ci hanno spiato spaventati da dentro la giungla. Le grida della scimmia urlatrice fanno veramente paura sembrava il ruggito di un leone, la sua voce è amplificata nella giungla ed è veramente angosciante camminare senza sapere che quel temibile suono proviene da una scimmia neanche grandissima che sta in cima ad alberi altissimi e si abbuffa di foglie e frutti e non da chissà quale feroce belva. Non c’è un sentiero o un percorso prestabilito ma solo natura selvaggia, piramidi, suoni e umidità. WOW!!!! Ci sono sparsi dei piccoli altari moderni, cioè i Maya di oggi vengono ancora qui a fare rituali e preghiere. L’UNESCO ha dichiarato il sito patrimonio dell’umanità, Tikal è diversa da tutti gli altri siti perché si trova nel cuore della giungla che quasi la protegge. La giungla si è ripresa i suoi gioielli, li ha inghiottiti per più di 1000 anni, palazzi e stele, segreti e storia sepolti nella fitta giungla. F.Catherwood e L.Stephens con le loro intrepide spedizioni a metà ottocento colpirono la fantasia di tanti europei, epici furono considerati i loro racconti di viaggio, ritenuti i più interessanti del secolo. Alberi secolari, mogani altissimi, templi che cercano di raggiungere il sole superando la cupola verde della foresta, edifici ripuliti dai rampicanti, dai muschi, un intenso profumo di terra pervade l’aria umida. Ceibe e fichi strangolatori che all’improvviso si ergono sulle scale dei templi. Le scalinate del tempio 1 sono state chiuse dopo la morte di due turisti precipitati da ben 44 metri di altezza. Il Tempio V con la sua difficoltosa salita con i suoi scalini traballanti, ben 58metri, è stata finita di restaurare grazie all’aiuto dell’Infanta di Spagna. Tempio IV, ripidi gradini di legno permettono di raggiungere la sommità di ben 62 metri, il più alto del sito si ha una visione mozzafiato. In realtà si vede solo una distesa di verde, verde, verde.

HONDURAS

Nella magia della giungla andiamo a visitare un’altra città di pietra, questa volta in Honduras, Copàn (10 $). La cosa che rende Copàn speciale sono le sue stele molto ben conservate che hanno ancora dei pigmenti di colore rosso naturale. Passeggiando nel sito, puoi soltanto immaginare che cosa doveva essere la città nel suo splendore di colori e architetture. Come cavolo hanno fatto a fare tutto questo senza la conoscenza degli animali da traino e la ruota? Non lo so, qualcuno dice che i Maya siano stati aiutati dagli alieni. Solo camminare nella giungla è faticoso, non voglio neanche pensare che cosa deve essere stato trasportare enormi massi di pietra, decorarli finemente con fregi e bassorilievi e glifi, con che arnese? non lo so!! Un’altra cosa eccezionale di Copàn sono le sue gallerie sotterranee. Noi purtroppo non siamo riusciti a vederle perché ci stavano lavorando, ma ho visto un documentario su National Geographic da paura. Una parola voglio spendere per la Scalinata dei geroglifici che mi ha molto colpita. E’ coperta da una tela cerata verde che la protegge dagli agenti atmosferici è la più grande scritta precolombiana mai trovata e non potete capire quanto lavoro è stato fatto per ripulirla e ricomporla, la lingua Maya è molto difficile e solo adesso si sta facendo qualche passo avanti per conoscere meglio tutta la loro cultura. Ti senti anche tu un piccolo Indiana Jones ed è naturale farsi prendere dalla fantasia è immaginare di scoprire qualche tomba segreta o magari inciampare su un qualcosa di prezioso e molto antico. Qui può veramente succedere poiché c’è tanto ancora da fare e poca gente a farlo anche perché molto è seppellito da una natura incredibile che cela tutto nel suo ventre. Qui la fantasia galoppa. Dopo un viaggio a dir poco estenuante che da Copàn ci ha portati prima a San Pedro Sula (che paura…) e poi a La Ceiba (che di mattina non è tanto diversa da come appare di notte fonda) siamo finalmente arrivati su queste benedette isole della Bahia (195 lempiras a testa con la public-boat). Siamo a Roatàn, la più grande delle isole della Bahia, la gente non mi sembra molto gentile, ma il mare è caldo, ci sono tante palme, tantissimi granchi enormi, i Woody Woodpecker, un gatto rosso tigrato che abbiamo battezzato Michela, mango e papaie a volontà come le aragoste e soprattutto fa caldo, caldo, caldo, perciò mare, mare, mare... La barriera corallina qui è spettacolare ci sono anche le murene, il posto dove dormiamo (da Wanda verso west-bay al “The Little Mermaid” 8$) è una figata, piccoli bungalow puliti, una bella veranda di legno dove abbiamo appeso le amache e un panorama su un piccolo pontile a due passi da noi che ti invita a fare il bagno. L’unico neo di questo splendido posto di mare sono i pappataci. Dicesi pappataci, piccoli moscerini quasi invisibili che indistintamente sia giorno o notte ti massacrano, facendoti venire attacchi di prurito cosmico inenarrabili. In realtà ci hanno spiegato che sull’isola è vietato qualsiasi tipo di insetticida, meglio avere piccoli fastidi che l’isola defraudata della sua natura. Il paesetto dell’isola Coxen Hole è impolverato ed in realtà inesistente poiché c’è solo un supermarket e uno sportello bancomat e qualche bancarella più giù di frutta e verdura, non c’è neanche il telefono, siamo andati da una signora che grazie a Dio ci ha fatto fare una chiamata a carico… Siamo tutti belli, magri e super abbronzati… se non si contano ovviamente quelle decine di migliaia di punture che ci flagellano il corpo. Ci siamo svegliati alle 5:30 perché dovevamo raggiungere il molo per ritornare sulla terra ferma. Dopo il traghetto, un passaggio alla stazione degli autobus de La Ceiba e un primo autobus per San Pedro Sula (60lempiras), uno per Porto Cortes (20 lempiras), uno per arrivare alla frontiera (26 lempiras) su una strada non asfaltata con una natura violenta per come è rigogliosa, un altro (20 lempiras) per arrivare finalmente a Puerto Barrios in Guatemala. Diluvio universale, tutto completamente allagato, abbiamo cambiato tre camere, la prima ci pioveva dentro, la seconda era infestata da cucarachas e formiche giganti e la terza anche se faceva schifo esausti abbiamo ceduto alla stanchezza (15 quetzales).